Architetture a rischio: l'importanza di conoscere e documentare l'architettura moderna
MARIA MARGARITA SEGARRA LAGUNESArchitetture a rischio: l’importanza della conoscenza e della documentazione dell’architettura modernaCentro Studi Sisto Mastrodicasa, Ereditare l’architettura del Moderno. Conoscenza, conservazione e riutilizzo, 1° Giornata, Perugia – 5 Aprile 2024 Maria Margarita Segarra Lagunes, Presidente di Do.Co.Mo.Mo. Italia dal 2021 al 2024, mette in luce come le architetture del Novecento siano ancora oggi, molto spesso, poco tutelate. Frequentemente, anche opere di maestri riconosciuti, o comunque espressione di ricerche progettuali e costruttive di grande valore, subiscono interventi che ne alterano l’identità e ne snaturano il senso (e talvolta anche micro-interventi, come la sostituzione di un infisso, possono essere devastanti); se poi gli edifici cadono in disuso e vengono abbandonati, il degrado ha rapidamente il sopravvento; non di rado si procede addirittura alla demolizione per risolvere rapidamente e drasticamente ogni onere di manutenzione e/o per consentire lucrose speculazioni.Gli strumenti normativi di tutela sono carenti, specialmente per le costruzioni con meno di 70 anni che non rientrano nell’ambito di applicazione del Codice Beni Culturali. Ma manca soprattutto la sensibilità e l’attenzione nei confronti di edifici che magari frequentiamo quotidianamente (l’ufficio postale, la stazione ferroviaria, l’edificio condominiale …) e che, per “troppa confidenza”, non vediamo nel loro reale valore.Per salvaguardare questo patrimonio occorre innanzitutto riconoscerlo, studiarlo e documentarlo; e poi è indispensabile condividere e divulgare gli studi e le conoscenze, affinché diventino sapere comune e vadano a costituire la base per un corretto approccio nella gestione, nelle manutenzioni, nei restauri.In questo intervento, Segarra Lagunes ripercorre le vicende emblematiche di numerose “architetture a rischio” ed illustra alcune esperienze virtuose di comprensione e “salvataggio” di architetture moderne.
Il restauro del moderno: questioni di metodo
GIANLUIGI DE MARTINOIl restauro del moderno: questioni di metodoCentro Studi Sisto Mastrodicasa, Ereditare l’architettura del Moderno. Conoscenza, conservazione e riutilizzo, 1° Giornata, Perugia – 5 Aprile 2024 Gianluigi De Martino, docente dell’Università Federico II di Napoli, premette innanzitutto che, quando si parla di restauro, creare una categoria distinta per il “moderno” è una inutile complicazione: il “restauro del moderno” è comunque, sempre, “restauro” e valgono per il moderno le stesse regole e gli stessi approcci che applichiamo al restauro dell’antico.Anche il restauro del moderno, quindi, non dovrebbe occuparsi solo di ciò che viene ritenuto “monumento”, ma coinvolgere anche i manufatti considerati “minori” (l’architettura tecnica, gli edifici correnti, gli elementi di arredo urbano), i quali non solo concorrono, al pari dei monumenti, a definire un contesto, un ambito urbano, un paesaggio, ma costituiscono alimento per gli stessi monumenti (come la prosa costituisce alimento per la poesia).Inoltre, anche per il moderno, il restauro riguarda certamente la materia del costruito (il significante), ma non deve dimenticare le finalità e le motivazioni che hanno guidato coloro che l’hanno realizzato (il significato).Infine De Martino evidenzia che anche nel restauro del moderno, “la non-teoria, come sempre, è vincente”: non servono i dogmi; serve il dubbio, la crisi, la scelta.La densità e la fecondità di tale approccio metodologico sono illustrate attraverso i risultati delle esperienze progettuali degli studenti dell’Università Federico II su varie tematiche: dalle città di fondazione dell’agro pontino, alla Mostra d’Oltremare di Napoli, che dimostrano come, cercando il bello dove non sembrerebbe esserci, si scoprono cose anche più interessanti, che non meritano di essere demolite.Anche perché, conclude De Martino, “la demolizione, in architettura, è una sconfitta”, che non ha sostenibilità ne’ ambientale, ne’ sociale, ne’ economica.
Il restauro di Villa La Saracena di Luigi Moretti
PAOLO VERDESCHIIl restauro di Villa La Saracena di Luigi MorettiCentro Studi Sisto Mastrodicasa, Ereditare l’architettura del Moderno. Conoscenza, conservazione e riutilizzo, 1° Giornata, Perugia – 5 Aprile 2024 Costruita fra il 1955 e il 1957 sul litorale di Santa Marinella, Villa La Saracena è opera magistrale di Luigi Moretti e un capolavoro dell’architettura italiana del dopoguerra, espressione di una ricerca progettuale di grande originalità e di una elevata maestria costruttiva.Sottoposta a tutela diretta ai sensi del Codice Beni Culturali nel 2010 e ovviamente soggetta ai vincoli della zona costiera in cui sorge, la villa ha fortemente risentito nel corso degli anni di un contesto ambientale difficile (se pur bellissimo). Nel 2016, oramai abbandonata, versava in condizioni di gravissimo degrado.Paolo Verdeschi, che ne ha curato il restauro, complesso e articolato, completato nel 2020, illustra il percorso seguito, le problematiche affrontate e le soluzioni adottate, senza dimenticare di raccontare anche le sorprese, l’emozione, l’entusiasmo suscitati dalla relazione con un’architettura iconica.Il lavoro è stato organizzato secondo le fasi consuete di ogni intervento di restauro (ricerche d’archivio e raccolta di documentazione, rilievi e indagini stratigrafiche, elaborazione del progetto, acquisizione delle autorizzazioni, esecuzione dei lavori), con la specificità che, trattandosi di un edificio moderno, è stato possibile attingere ad un’ampia (e a volte insperata) documentazione fotografica e anche ad alcune testimonianze dirette di chi l’ha abitato e vissuto. Un’attenzione particolare è stata posta nell’individuazione del corretto iter metodologico da adottare nelle scelte progettuali, tenendo conto del dibattito e delle esperienze che ormai da qualche anno stanno maturando nell’ambito del restauro dell’architettura moderna e finendo comunque con il confermare la validità dei principi teorizzati da Cesare Brandi, che sono stati adottati e adattati associando pertinentemente il tipo di intervento alle varie parti della costruzione in relazione al loro stato di conservazione.La grande nave, come la chiamava Moretti, ha così ritrovato le sue forme, i suoi materiali e i suoi colori ( e non c’era solo il bianco!), tornando finalmente a splendere grazie a un restauro esemplare, candidato al “Do.Co.Mo.Mo. Rehabilitation Award 2021”.
L'esperienza in Europa di riutilizzo dellâedilizia residenziale pubblica
MARIA CARMELA FRATEL’esperienza in Europa di riutilizzo dell’edilizia residenziale pubblicaCentro Studi Sisto Mastrodicasa, Ereditare l’architettura del Moderno. Conoscenza, conservazione e riutilizzo, 2° Giornata, Terni – 19 Aprile 2024 L’architettura moderna che il secolo passato ci ha lasciato in eredità non è solo quella del “Movimento Moderno”; e non è solo quella che impiega materiali e tecnologie esclusivamente innovativi.Forse la principale caratteristica del “moderno” è “un diverso modo (rispetto al passato) di concepire la configurazione architettonica sia sotto l’aspetto formale che strutturale”. E questo carattere identificativo – che significa sperimentazione, ricerca, varietà delle soluzioni – non riguarda solo l’architettura d’autore e/o quella monumentale, ma anche un vasto “patrimonio costruito di cui non ci siamo mai accorti”.Maria Carmela Frate, che ha condotto lunghe e appassionate ricerche sull’architettura residenziale pubblica sia in Italia che in Europa, invita a superare i pregiudizi, o anche soltanto l’assuefazione, e a riconsiderare l’edilizia abitativa del ‘900, che costituisce una parte considerevole delle nostre città.Una maggiore attenzione, a volte, porta a scoprire che anche una semplice palazzina è opera di un progettista noto. Altre volte, i progettisti sono meno noti, ma ugualmente degni di apprezzamento per la mole e la qualità del lavoro svolto. Quasi sempre l’analisi delle abitazioni popolari rivela ricerche di grande interesse per gli aspetti distributivo-funzionali, estetici, costruttivi. E non bisogna dimenticare il valore sociale, culturale, storico di questo edificato.Lo scarso apprezzamento che comunemente è riservato all’edilizia residenziale pubblica può trovare fondamento nel fatto che spesso si tratta di insediamenti intensivi, poco gradevoli perché ripetitivi, oppure perché degradati dal punto di vista materico, formale, funzionale o sociale.Forse, allora, si tratta non tanto di demolire, ma di “riprogettare l’esistente”, partendo da quello che c’è, cercando di realizzare quello che manca e tenendo conto del “potenziale di trasformazione” che ogni architettura possiede (e che molte costruzioni del ‘900 hanno in grado piuttosto elevato).Le trasformazioni possono limitarsi alla pelle dell’edificio, oppure realizzarsi per “sottrazioni o addizioni”. Gli esempi non mancano, soprattutto nel nord Europa. Anche in Italia molto si potrebbe fare, abbattendo eccessi di rigore normativo e sterili pregiudizi culturali.
Le architetture di Mario Ridolfi a Terni: materiali e conservazione
LUCIANO MARCHETTILe architetture di Mario Ridolfi a Terni: materiali e conservazioneCentro Studi Sisto Mastrodicasa, Ereditare l’architettura del Moderno. Conoscenza, conservazione e riutilizzo, 2° Giornata, Terni – 19 Aprile 2024 La città di Terni, alla fine della seconda guerra mondiale, era distrutta all’80%. La sua attuale configurazione urbanistica e architettonica è quindi in gran parte riconducibile alla seconda metà del Novecento. E molto si deve all’opera di Mario Ridolfi, chiamato dal Sindaco Ezio Ottaviani a occuparsi dell’immenso lavoro di ricostruzione.Nel dopoguerra, l’architetto romano ha ormai maturato una precisa identità di linguaggio – già evidente comunque anche nei lavori degli anni ’30 e ’40 – con un’attenzione particolare alla scelta e all’impiego dei materiali e allo studio dei dettagli costruttivi e decorativi. E negli anni consolida la sua collaborazione professionale con Volfango Frankl prima e con Domenico Malagricci poi.Luciano Marchetti, che per oltre un decennio – dopo la scomparsa di Ridolfi, avvenuta tragicamente nel 1984 – ha lavorato con lo Studio Ridolfi Frankl Malagricci, ripercorre e analizza nel dettaglio le numerose realizzazioni del Maestro a Terni e nel territorio.Viene evidenziato l’utilizzo ricorrente, in combinazione al cemento armato e a elementi prefabbricati, dei materiali della tradizione (pietra sponga, ceramica colorata, ferro battuto), che rimandano alla sapienza artigianale e all’architettura storica, in una consapevole ed esplicita volontà di dialogo fra antico e moderno.Viene ricordata la cura dei dettagli architettonici (spesso studiati da Ridolfi direttamente in fabbrica o nel laboratorio artigiano), anche in funzione della durabilità e della facilità di manutenzione; e vengono descritti alcuni accorgimenti costruttivi finalizzati esplicitamente a prevenire il degrado dei materiali (come il graduale e progressivo aggetto, dal basso verso l’alto, del paramento in pietra sponga nelle facciate esterne della Scuola Leonardo da Vinci).Questa attenzione ha garantito, anche dopo 60-70 anni dalla realizzazione, una buona conservazione delle opere di Ridolfi. Il cemento armato, purtroppo, anche nelle opere di Ridolfi, ha subito un degrado più o meno accentuato.Negli inevitabili interventi conservativi, di cui prima o poi necessitano anche tali edifici, Luciano Marchetti invita a non dimenticare lo spirito pragmatico e molto poco “integralista” che animava i progettisti (i quali non avrebbero certo demonizzato una mano di tinteggiatura a protezione delle strutture in calcestruzzo armato, così come non avrebbero condannato la sostituzione di un elemento ammalorato), ma richiama anche alla necessità di approfondire l’iter progettuale e realizzativo delle opere, anche attraverso la consultazione e lo studio della ricca documentazione grafica disponibile.Marchetti conclude l’intervento segnalando la recente realizzazione di un docufilm dedicato al lavoro del Maestro e dei suoi collaboratori, dal titolo “L’uovo di Ridolfi. Lo studio Ridolfi Frankl Malagricci”.
Il restauro di Palazzo Nervi-Scattolin a Venezia
MARTINA CHIARATOIl restauro di Palazzo Nervi-Scattolin a VeneziaCentro Studi Sisto Mastrodicasa, Ereditare l’architettura del Moderno. Conoscenza, conservazione e riutilizzo, 2° Giornata, Terni – 19 Aprile 2024 Pier Luigi Nervi – “il più geniale modellatore del cemento armato del Novecento” – con la realizzazione a Roma dell’Aula delle Udienze Papali intitolata a Paolo VI (ma rapidamente rinominata “Aula Nervi”), nella fase finale della sua carriera si trovò a operare niente meno che a fianco della cupola di San Pietro.Pochi anni dopo venne coinvolto dall’architetto veneziano Angelo Scattolin in un’altra impresa di difficoltà almeno comparabile: la realizzazione della nuova sede della Cassa di Risparmio di Venezia (oggi IntesaSanpaolo) in Campo Manin, nel cuore della città lagunare. L’edificio è rimasto uno dei pochissimi esempi di architettura moderna inseriti nel tessuto storico di Venezia (con molte altre, importanti, occasioni perse) e, all’epoca della sua costruzione, non mancò di suscitare interesse e anche critiche accese, soprattutto per la facciata su Campo Manin (in cemento armato, acciaio, vetro) giudicata troppo moderna. Più tardi, inspiegabilmente, è stato a lungo dimenticato. Nessuno, tuttavia, ha mai potuto esprimere giudizi negativi sulle soluzioni adottate e sulle caratteristiche tecnologiche della costruzione, tornate ad essere indagate, studiate ed apprezzate in occasione di un recente intervento di restauro diretto da Martina Chiarato e pubblicato su Art Tribune.I lavori si sono resi necessari per l’esigenza della proprietà di ridistribuire le postazioni di lavoro, per adeguare i locali alle normative di sicurezza, per indagare (ed eventualmente risolvere) un sospetto cedimento in corrispondenza dell’attacco del mezzanino a sbalzo.Nella redazione del progetto di restauro è stato indispensabile ricostruire il percorso ideativo e realizzativo dell’edificio, operazione resa possibile anche grazie alla disponibilità di molte e dettagliate tavole grafiche del progetto originario.La riscoperta delle idee e delle sperimentazioni che avevano portato alla realizzazione dell’opera, la comprensione della doppia natura – funzionale ed estetica – di ogni dettaglio dell’edificio, hanno consentito di individuare le risposte e le soluzioni più adeguate e coerenti per le nuove necessità.L’opera ha così dimostrato la sua straordinaria duttilità e, quindi, ancora oggi, la sua modernità, in una magistrale integrazione con il tessuto storico, ormai attestata dalla fruizione quotidiana dei veneziani che, “per andare da una parte all’altra della città, entrano dall’ingresso di Campo San Luca, attraversano il salone, volgono lo sguardo verso il meraviglioso solaio a nervature isostatiche, ed escono da quello su Campo Manin”.